Non cadiamo nel tranello della contrapposizione tra di- ritto alla salute/salvaguardia dell’ambiente e lavoro

MSC e Costa, le corporations multinazionali della croceristica, che tra l’altro detengono un
cospicuo pacchetto azionario della Venetian Terminal Passeggeri, hanno definitivamente
rinunciato a Venezia per la stagione croceristica 2020, già falcidiata dall’emergenza Covid.
E’ una vittoria del movimento per la estromissione della grandi navi dalla Laguna, ma già è iniziata la controffensiva per farci cadere tutti nel tranello della contrapposizione tra diritto alla salute/salvaguardia dell’ambiente e Lavoro.
Venezia Terminal Passeggeri (VTP), all’inizio del lockdown ha messo in cassa integrazione
i suoi 59 dipendenti, e ha comunque chiuso il bilancio 2019 con lauti utili (come fu per i
4,4 milioni di utile del 2018). Ma centinaia di lavoratori sono da allora senza tutele, pensiamo ai portabagagli, ai lavoratori a chiamata, hostess ed addetti all’accoglienza con contratti precari od atipici che il crocerismo utilizzava. A loro deve andare tutta la nostra solidarietà ed appoggio per una garanzia del reddito.
Senza contare i danni economici all’indotto per le forniture, visto che Venezia è home port,
da dove le grandi navi partono ed arrivano e si riforniscono.
Venezia, con la crisi determinata dalla pandemia, è una città allo stremo, con migliaia di lavoratori del settore del Turismo in cassa integrazione, o addirittura senza reddito, soprattutto chi lavorava in nero o con contratti atipici, che nel settore turistico e portuale sono
purtroppo nella norma.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che Venezia non può sopravvivere con la monocoltura
turistica (che anzi, nella versione dell’overtourism, impoverisce la stessa vivibilità, l’ambiente, la salvaguardia della città e anche il lavoro, sempre più precario e non tutelato) e l’attuale crisi dovrebbe, per converso, invece, essere utilizzata proprio per impostare un nuovo modello di sviluppo della città e del lavoro.
E invece c’è chi continua a chiedere che ritorni tutto come prima, dimenticando che il Decreto Clini – Passera dal marzo 2012 vieta il passaggio della grandi navi superiori alle 40.000 t. di stazza lorda e che in questi otto anni invece le grandi navi hanno continuato a passare,
a dispetto della legge, del buon senso e degli incidenti che il “Fronte del Porto” negava,
ma che poi sono avvenuti.
Sta già girando il balletto delle cifre sugli occupati diretti e indiretti del porto croceristico,
gonfiati e sgonfiati a dismisura, anche perché molti sono intermittenti e non stabili.
Certo non vogliamo sminuire il risvolto economico dell’industria e il fatto che dia lavoro a una parte della città: stime credibili indicano in 1.700 gli occupati del settore, che con l’indotto diventano circa 4.000.
Ricordiamo che Venezia è homeport, ma anche che queste grandi compagnie hanno proprie consociate che a livello globale forniscono quasi tutto il necessario, quindi i ricavi rimangono quasi tutti “in casa”, così come le tariffe per approdi e servizi, visto che in quasi
tutti i porti MSC e Costa sono entrate nel pacchetto azionario delle concessionarie le ban-
chine portuali.
Il prof. Tattara, già docente di economia a Ca’ Foscari, in uno studio del 2013 (quando il
business delle crociere era già all’apice) “Costi e ricavi del crocerismo a Venezia”, stimava che i ricavi che derivano dal crocierismo, valutati attraverso la somma dei redditi spesi dai
turisti a Venezia e dalle compagnie di crociera (per servizi di ormeggio, di agenzia e altro)
si aggiravano sui 290 milioni di € l’anno. I costi sociali e ambientali delle crociere considerando l’inquinamento dell’aria e del mare li stimava valutabili in una grandezza simile.
Tra inquinamento dell’aria dovuto ai combustibili, il suo effetto sulla salute della popolazione, sull’ambiente e sui cambiamenti climatici a causa dell’emissione dei gas serra e l’inquinamento del mare, dovuto allo scarico da parte delle navi di rifiuti solidi, di acque nere
e grigie, di rifiuti pericolosi, lo studio stimava in 320 milioni annui i costi; e questo senza
contare i danni ai monumenti per l’alto tenore di zolfo dei combustibili, i danni alle fondamenta, alla morfologia lagunare dovuti al dislocamento delle immani carene che provocano erosione e i danni dovuti per lo scavo dei grandi canali navigabili che stanno trasformando la Laguna in un braccio di mare.
Senza contare che le minacce per il prossimo futuro, determinate dai cambiamenti climatici
e dall’innalzamento del livello dei mari, che renderanno insufficienti, se mai dovessero fun-
zionare, le stesse paratoie del Mose, impongono cambiamenti radicali anche nella portualità, e voler mantenere il gigantismo navale all’interno della Laguna risulta improponibile,
assurdo e controproducente, anche per la comunità portuale stessa.
Fuori le grandi navi dalla Laguna!
Venezia, 12 agosto 2020

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